Le orme del Lupo

Autore: Jorah

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Iniziavo a vedere il mio quarto inverno la prima volta che lasciai la tenda dei miei genitori da sola.
Era il primo giorno tiepido e la foresta sembrava troppo silenziosa senza il familiare suono del vento che correva fra le fronde degli alberi.
Ero sulla riva del Fiume Freddo con i miei fratelli quando mio padre venne a prendermi.
Mi insegnavano a prendere i piccoli pesci argentati con le mani, e quando vidi l'enorme e fiera sagoma di mio padre avvicinarsi corsi verso di lui ridendo, completamente fradicia, con le guance rosse per via dell'acqua gelida e dell'allegria che tutti i cuccioli hanno dentro, e tra le mani stringevo i tre pesciolini che fino ad allora eravamo riusciti a prendere.
Vedere mio padre era sempre fonte di immensa gioia e sorpresa.
All'inizio della stagione calda partiva con gli altri cacciatori per dei lunghi viaggi, e quando le foglie iniziavano a cadere tornava con nuove cicatrici e con le enormi pelli di animali mai visti prima, che abitavano in posti troppo lontani perché noi cuccioli potessimo anche solo immaginarli. Prima di metterci sui sacchi a pelo a dormire ci raccontava le fantastiche storie delle lontane terre in cui le foreste non nascondono il cielo, del grande Lago Salato, la cui acqua non si può bere ed e' tanto vasto che non si riesce a vedere la fine. Ma le nostre storie preferite erano quelle della caccia: le tattiche dei cacciatori, che si nascondevano e muovevano silenziosi come un branco di lupi, gli agguati ai giganteschi orsi delle montagne che con una zampata potevano buttare a terra un albero e delle strane creature che popolavano le grandi praterie dove il sole nasce.
Quel giorno però non si piego sul ginocchio, non mi afferrò per i fianchi e non mi lanciò in aria ridendo come era solito fare.
Mi lanciava in aria come un uccellino, come una piccola aquila, diceva lui.
Quel giorno il suo sguardo era diverso, c'erano delle ombre che si mescolavano con il grigio degli occhi di mio padre.
Guardò i pesci che gli porgevo con aria distratta, poi mi prese la mano e mi tirò con delicatezza, così che ci incamminammo tutti e due verso la nostra tenda, lui con il suo solito passo felpato e al contempo fiero, io seguendolo docilmente e leggermente contrariata, mentre lanciavo un ultimo sguardo ai miei fratelli che si erano rimessi a pescare.
Arrivammo davanti alla nostra tenda, che spiccava fra le altre per la varietà di pellicce che la componevano.
La grigia pelliccia del lupo si univa a quella ramata della volpe e in cima, a scendere quasi fino a terra, c'era la pelliccia dello spaventoso orso nero che mio padre aveva ucciso quando era giovane e che gli era quasi costata un braccio.
Confronto alla nostra le tende sparse li vicino sembravano tutte così uguali, tutte dello stesso colore bruno della pelle di cinghiale.
A quel tempo c'era molta vita tra quelle tende.
In quel piccolo accampamento abitava la mia famiglia e quella della sorella di mia madre, che era piuttosto vecchia ed aveva avuto molti figli, i più piccoli che giocavano con me e i miei fratelli e i più grandi che accompagnavano mio padre nella caccia.
Mio padre spostò il lembo di pelliccia da davanti alla tenda e mi diede una piccola spinta sulla schiena, invitandomi ad entrare.

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Tutto era com'era sempre stato: le pellicce cacciate da poco, con ancora l'odore pungente del sangue addosso, la grossa lancia scheggiata e graffiata dagli artigli di qualunque animale esistente di mio padre appoggiata sul sacco a pelo e il folto tappeto bruno, che rendeva inutile accendere un fuoco all'interno della tenda, al centro.
Poi però entrò mia madre.
Stava ripiegando con cura il piccolo mantello di volpe che mi regalò mio padre due inverni prima.
Non avevo mai messo quel mantello, perché volevo essere come i miei fratelli, che anche quando iniziava a scendere la neve senza sosta correvano da una parte all'altra con addosso nient'altro che i calzoni.
Mia madre e mio padre si guardarono in silenzio per un breve istante, e io capii che quello che stava per succedere era per via del lupo.
Il lupo, o meglio il suo ululato, era ciò che sentivo ormai da molte e molte notti, e che a volte non mi faceva dormire.
Non era un suono che mi faceva paura, anzi, mi spingeva ad allontanarmi dal tepore del sacco a pelo per uscire dalla tenda ed inseguirlo nella foresta, nel buio più completo, senza mai trovare il lupo o le sue impronte. Quando poi alle prime luci dell'alba tornavo alla tenda, stanca, sporca e graffiata, mia madre si arrabbiava molto e mi mandava a prendere l'acqua, cosa che mi costava cosi tanta fatica che quando tornavo non potevo far altro che rannicchiarmi sul tappeto e addormentarmi.
Mio padre alzò di nuovo il lembo della tenda, e io pensai che stava per uscire di nuovo.
Invece entrò il vecchio.
Dopo tanti inverni la sua immagine e' ancora vivida nella mia mente, sebbene quando lo vidi per la prima volta fui assalita da un'inspiegabile paura.
Il vecchio era diverso da tutti gli anziani che avevo visto fino a quel giorno. Solo le fitte rughe sulla sua fronte e i capelli argentei raccontavano gli innumerevoli inverni che aveva visto, ma avrebbe potuto benissimo essere scambiato per un uomo nel fiore della sua forza.
I muscoli erano ancora scattanti sotto la pelle bruciata dal sole e la sua schiena era dritta e forte come quella di un possente guerriero.
Indossava di traverso sulla schiena una lancia lunga quanto quella di mio padre, che però portava incise sul manico alcune figure simili a dei cani, che si rincorrevano da un'estremità' all'altra del bastone.
Il vecchio rimase ad osservarmi in silenzio per molto tempo, tempo che io usai per spostare lo sguardo da mia madre e mio padre con gli occhi pieni di domande e timori, perché ero molto piccola e non capivo cosa stesse succedendo.
Nessuno dei tre adulti parlava, così pensai che avrei dovuto rimanere in silenzio anch'io e non disturbare qualunque cosa il vecchio stesse facendo. Avevo imparato ormai a non parlare in presenza dei grandi, a meno che non fossero stati loro a chiedermi qualcosa.
Ad un certo punto, senza dire nulla, il vecchio guardò mio padre e annuii piano. Poi si girò, alzò la pelle della tenda e sparì nella foresta ormai oscurata dalla sera.
Sentii il singhiozzo che mia madre cercò di reprimere, quando mi mise tra le braccia il mio piccolo mantello piegato e si voltò verso le pellicce cacciate da mio padre e iniziò a ritagliarle, con lo sguardo basso.
Mio padre invece prese la mia piccola mano nella sua e mi condusse fuori, dove il vecchio aspettava immobile. Solo il suo viso si muoveva impercettibilmente di tanto in tanto. Lo alzava verso il cielo ed annusava l'aria, come un cane.

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E finalmente mio padre si piegò sul ginocchio e rimase a guardarmi negli occhi, senza dire nulla.
Poi si alzò, si chinò a baciarmi la fronte e rimase fermo dinnanzi all'entrata della tenda, raggiunto da mia madre.
Il vecchio abbassò il suo sguardo su di me, si voltò dandomi le spalle e disse una sola parola
"Andiamo".
E io, che ero stata allevata nell'ubbidienza, andai.
Seguivo silenziosamente il vecchio in mezzo alla foresta, stringendomi al petto il mio piccolo mantello e voltandomi ad ogni passo a guardare, con gli occhi pieni di pianto, le figure dei miei genitori che andavano via via facendosi sempre più distanti e sfocate.
Poi calò il buio più totale, e all'improvviso sentii il lupo.
La sua voce proveniva dal folto della foresta tutto intorno a me, e quel suono familiare mi diede coraggio.
Presi quindi ad avanzare cautamente dietro al vecchio, tenendomi con una mano ad un lembo del suo mantello per non perdermi, perché io non riuscivo a vedere quasi nulla.
Se avessi dovuto affidarmi solo all'udito mi sarei persa da tempo, poiché il vecchio non emetteva alcun suono. I ramoscelli e le foglie a terra sembravano spostarsi al suo passaggio, nemmeno il più lieve fruscio giunse alle mie orecchie.
Camminammo in mezzo alla foresta per un tempo che mi sembrò infinito e quando giungemmo al limitare della foresta il sole stava cominciando a ricacciare il buio lontano, oltre le montagne ghiacciate.
Io ero stanca e mi facevano male le gambe, e il vecchio dovette capirlo perché si fermo nei pressi di un'enorme quercia, si sedette silenziosamente e si tolse il sacco dalle spalle.
Mi sedetti timidamente vicino a lui, fissandolo con la sfacciataggine che i cuccioli ancora non conoscono e studiai con attenzione il suo viso.
Mi accorsi solo allora del colore straordinario che avevano i suoi occhi.
Ero abituata a vedere occhi di colore scuro, come i miei e quello di tutti coloro che conoscevo.
Invece il vecchio aveva gli occhi dorati, come quelli dei cuccioli di lupo con cui giocavo nella foresta sin da quando ero nata.
Ricordo che mi spaventai molto, e solo allora compresi che il vecchio non doveva essere un uomo qualunque.
Lui si mise a frugare nel sacco e mi porse un grosso pezzo di carne arrostita, che io divorai voracemente staccando grossi bocconi con i dentini aguzzi.
Poi, senza dire una parola si alzò e si rimise in cammino, subito tallonato dai miei piccoli e svelti passi e dalla manina che ancora una volta si protese ad afferrare l'estremità' del suo manto.
Uscimmo dalla foresta e la luce intensa del giorno ferì i miei piccoli occhi abituati all'oscurità', tanto che cominciai a lacrimare.
Camminavamo adagio, in mezzo ad una distesa infinita di erba alta e secca, nella cui profondità udivo il muoversi rapido di piccoli animali che non riuscivo però a vedere per via della sterpaglia che mi arrivava quasi fino al viso.
Poi, tutto ad un tratto, tornammo nell'ombra.
Solo allora alzai il viso e rimasi a bocca aperta nel vedere degli alberi immensi, alti come le montagne, che si innalzavano davanti a noi come delle verdi e silenziose sentinelle rimaste a custodire qualcosa sin dai tempi della nascita delle foreste.
Il vecchio si fermò ed inspirò a fondo. Io lo imitai, perché pensai che se lo faceva lui era giusto che lo facessi anch'io.

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L'aria era diversa in questa foresta. Un profumo nuovo, familiare e al contempo mai sentito prima mi entrò nei polmoni, tutti i miei timori e le mie domande svanirono in un istante e io provai l'irrefrenabile desiderio di addentrarmi nelle profondità di quella selva.
Credo che anche il vecchio provasse la stessa cosa e iniziò ad inoltrarsi fra gli alberi a passo svelto, e io fui più che contenta di seguirlo saltellando fra i piccoli cespugli e le radici che affioravano dal suolo.
Il vecchio sembrava puntare verso un luogo ben preciso, anche se nella foresta non vidi nulla che potesse anche lontanamente somigliare ad un punto di riferimento.
La vegetazione si faceva sempre più fitta, tanto da costringerci ad infilarci in minuscoli varchi tra i tronchi antichi e ad abbassarci per oltrepassare le fronde degli alberi che si abbracciavano ed intrecciavano fra di loro, come a formare una tenda per impedire al sole di scaldare quel suolo freddo.
Andai a sbattere contro le gambe del vecchio, che si era fermato all'improvviso davanti a me.
Poi, ad un certo punto, scomparve.
Sentii il panico strisciare nuovamente dentro di me, e piccole lacrime iniziarono a sgorgare dai miei occhi che saettavano da un tronco all'altro alla ricerca del solo uomo che avrebbe potuto riportarmi fuori da quel labirinto verde.
La sua mano mi afferrò con decisione ma delicatezza e io urlai, perché pensai che fosse stato un albero a prendermi, dal momento che del vecchio non c'era traccia.
La mano mi tirò attraverso una coltre di rami e foglie e mi ritrovai in una piccola nicchia boscosa, nel buio completo.
Allungai il mio piccolo braccio e trovai la figura del vecchio, e fui cosi sollevata che mi attaccai alla sua gamba, tremante e piangente.
Per la prima volta lui mi accarezzò la testa e mi prese la mano, facendomi strada attraverso delle radici grosse come tronchi e ad un'oscurità che si sarebbe potuta tagliare con un coltello.
Avanzammo lentamente e mi ritrovai ad annusare istintivamente l'aria, che sapeva di animali, foglie bagnate e notte.
Giungemmo in una piccola radura protetta da alcuni alberi disposti a cerchio, come a voler invitare i visitatori a riposarsi in quel piccolo spiazzo di erba soffice.
Ci sedemmo entrambi, ed io sentii tutta la stanchezza del viaggio cadermi addosso all'improvviso, cosi stesi il mio mantello sul terreno e mi ci accoccolai sopra, addormentandomi all'istante.
Molte lune passarono da quando entrammo nella foresta fitta, e per tutto il tempo il vecchio non fece altro che rimanere seduto ad occhi chiusi a bisbigliare qualcosa sottovoce, interrompendosi di tanto in tanto solo per offrirmi un pezzo di carne, un frutto o un sorso d'acqua.
Io mi annoiavo e non feci che dormire per quasi tutto il tempo. Una o due volte provai ad avventurarmi nei pressi della radura, ma l'oscurità che mi circondava era cosi fitta che avevo paura di perdermi, e puntualmente tornavo al fianco del vecchio, che non sembrava nemmeno accorgersi della mia presenza.
Con il passare delle notti iniziai a convincermi che i miei genitori mi avessero abbandonata, che non mi volessero più nella tenda insieme a loro.
Cercai fra i ricordi i possibili motivi di tale scelta, e attribuii la colpa alla mia poca abilità nel cacciare.

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I miei fratelli mi portavano spesso a caccia con loro, ma io ero sempre l'ultima nell'accorgermi delle tracce del cinghiale sul terreno fangoso o del richiamo del falco nel cielo.
Mio padre era il miglior cacciatore che fosse mai nato, e credo che sperasse la stessa sorte per i suoi figli.
Così la sera mi accoccolavo sul mio mantello e piangevo, perché sentivo la mancanza della mia tenda, dei giochi con i miei fratelli, della dolce voce di mia madre che cantava mentre cuciva o cucinava e delle storie piene di avventure di mio padre.
Smisi di mangiare e bere perché non mi sentivo bene.
Smisi anche di dormire la notte, poiché nel momento stesso in cui chiudevo gli occhi rivedevo il Fiume Freddo, e i miei fratelli che mi insegnavano a pescare.
Il vecchio interrompeva i suoi bisbigli sempre più spesso per spingermi vicino qualcosa da mangiare, ma solo per vedermi rifiutare in continuazione ogni suo dono.
Poi un giorno, poco prima del sorgere del sole, sentii il lupo, più vicino che mai.
Non sentii solo l'ululato, ma percepii la pelliccia calda che si accoccolava al mio fianco e un'invisibile e ruvida lingua che mi leccava affettuosamente il viso.
Mi accoccolai contro quel calore confortante, come fa un cucciolo con la sua mamma, e finalmente chiusi gli occhi serenamente e riuscii a dormire.
Il vecchio si svegliò dopo di me, e rise forte nel vedere che avevo frugato nel suo sacco in preda alla fame e avevo dato fine ad ogni sua scorta di cibo.
Allora mi prese le mani e mi aiutò ad alzarmi dicendomi
"Andiamo, piccola sciamana".
Avevo sentito parlare degli sciamani nei racconti di mio padre o di altri cacciatori, ma da quanto si diceva non ce n'erano quasi più, o almeno non nella nostra foresta.
Mio padre aveva conosciuto uno sciamano quando era molto giovane, ma ormai ricordava poco delle storie che gli vennero narrate.
Pensai che con la parola sciamana si intendesse qualcuno che sa raccontare tante storie, e fui felice di essere chiamata cosi, perché le storie erano la cosa che mi piaceva di più.
Ritornammo sui nostri passi fino alla coltre di rami che nascondeva l'ingresso di quel piccolo angolo di foresta e lo oltrepassammo.
Con mio immenso stupore vidi che fuori mi attendeva mio padre, appollaiato sul ramo di un albero con la lancia appoggiata di traverso sulle gambe.
Come ci vide balzò giù e mi prese in braccio, stringendomi forte.
Io nascosi il mio piccolo viso contro la sua spalla e rifiutai di staccarmi da lui per tutto il viaggio di ritorno, quasi temessi che potesse scomparire da un momento all'altro lasciandomi di nuovo sola.
Ho pochi ricordi del viaggio di ritorno, anche perché fu molto più rapido di quello di andata.
Arrivammo alla nostra tenda dopo poco più di una luna e per qualche tempo mi sentii fuori luogo nel mio vecchio accampamento e mi sorprendevo a sognare ad occhi aperti la piccola radura nella foresta e a desiderare di avere il lupo accanto, come quella notte.
Il cambiamento, mi accorsi, non era avvenuto solo in me.
Ora i figli della sorella di mia madre mi chiamavano sempre sciamana, e io più di una volta provai a spiegargli che ancora non conoscevo molte storie, e quindi dovevano continuare a chiamarmi Jorah.
Ma loro non lo fecero mai, perché la loro madre li sgridava se sentiva che non mi chiamavano sciamana.

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Dopo qualche tempo smisi di farci caso e continuai a vivere come avevo sempre fatto, crescendo come tutti i cuccioli e affinando la mia abilità nella caccia grazie all'aiuto dei miei fratelli e di mio padre.
Quando fu passato un inverno il vecchio tornò a trovarmi, e questa volta io fui molto felice di vederlo, perché ormai non mi faceva più paura.
Quando il vecchio era con me mi raccontava delle storie bellissime, popolate da antichi dryma e spaventosi spiriti, e ogni notte, dopo che avevo parlato con lui, il lupo veniva a farmi visita, non solo nei sogni, ma anche quando ero perfettamente sveglia.
Cominciai quindi a considerarlo come un fratello e gli raccontavo tutto ciò che mi veniva in mente, ed ero molto sorpresa e contenta quando lui mi rispondeva.
A volte mi seguiva anche durante la caccia, suggerendomi la direzione o permettendomi di sentire gli odori con il suo fiuto e ascoltare i suoni con le sue orecchie.
Grazie all'aiuto del lupo diventai molto brava nella caccia, e grazie all'aiuto del vecchio riuscii finalmente a comprendere cosa significasse davvero essere uno sciamano.
Riflettevo molto sulle parole del vecchio, e imparai a rivolgere domande specifiche al lupo, che ormai riconoscevo come Thrangar, per trovare la soluzione ai vari problemi che si presentavano durante il corso delle stagioni.
Alcuni cacciatori che vivevano nella mia stessa foresta iniziarono a farci visita per portarmi dei doni o per chiedermi di curare le loro ferite e i loro mali.
Li aiutavo volentieri, perché finalmente riuscivo a capire quale fosse il sentiero che Thrangar aveva posto dinnanzi ai miei passi.
Giurai di diventare una sciamana potente e saggia, per poter aiutare tutti i figli del Segugio qualora ne avessero avuto bisogno.
Furono degli inverni pieni di scoperte per me, dovute al fatto che grazie al mio talento venivo spesso scelta per partecipare alle lunghe battute di caccia.
Ormai non ero più vista come una giovane che imparava a cacciare, ma come una vera e propria battitrice di piste e curatrice nel caso qualche cacciatore si fosse fatto male.
A volte era mio padre in persona ad invitarmi a cacciare con lui, e questo mi riempiva di orgoglio.
Intanto la voce che una giovane sciamana viveva nella Foresta Fredda si espandeva nei vari accampamenti, e sempre più thrangaren raccoglievano i loro averi e venivano a sistemare il loro campo vicino al nostro.
Le nostre tradizioni subirono alcuni cambiamenti, e diventammo un piccolo gruppo con un forte senso del rispetto e della fedeltà, grazie agli insegnamenti che Thrangar ci dava attraverso la mia mente.
Ci abituammo ad effettuare delle cacce sacre in onore del Segugio, e lui ricambiava donandoci intere stagioni piene di selvaggina, cosicché anche durante gli inverni più freddi pochi di noi morivano, solo quelli deboli o molto malati.
Durante il mio decimo inverno mi unii a mio padre e alla sua squadra per la lunga caccia della stagione calda.
Insistetti per far partecipare anche i miei fratelli, perché li amavo molto ed erano cacciatori molto esperti.
Potemmo cosi vedere con i nostri occhi le meraviglie delle terre lontane che fino ad allora potevamo soltanto cercare di immaginare.
Vedemmo accampamenti di dryma che non seguivano il nostro stesso spirito ma non ci fermammo mai a parlare con loro.

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Ci accampammo per alcuni soli su un altopiano ghiacciato, parecchie distanze ad ovest della nostra foresta.
Quel suolo era stato molto calpestato in passato e al centro sorgevano quattro enormi totem di legno che non ebbi difficoltà a riconoscere, grazie agli insegnamenti del vecchio.
Così sotto quei totem raccontai la mia prima storia, che narrava dei sanguinari figli di Bahel, dei saggi e misteriosi figli di Uryen, dei contorti e pericolosi figli del Serpente e infine la storia della nostra gente, degli onorevoli e letali cacciatori notturni.
Mentre parlavo vedevo la sorpresa nei volti dei presenti, persino in quello di mio padre.
Una sorpresa che si univa ad un profondo orgoglio.
Poco lontano dall'altopiano scendeva scrosciando dalle rocce appuntite un'imponente cascata.
Mi inginocchiai sulla riva e piansi al pensiero degli spiriti martoriati che rinascevano da essa.
Ma piansi anche perché non avevo parole per ringraziare gli spiriti di quel dono.
Per sette inverni continuai a seguire i cacciatori nei loro pellegrinaggi, imparando a conoscere quelle terre un tempo sconosciute e recandomi ogni qualvolta fosse possibile alla mia tanto amata radura nella foresta del lupo.
La voce di Thrangar diveniva sempre più limpida della mia mente, tanto che passavo interi soli seduta nella tenda sul tappeto a parlare con lui, grazie al nostro linguaggio silenzioso.
Il Segugio mi raccontò di tempi passati, di spiriti ormai dimenticati, di popoli ormai estinti e delle loro tracce lasciate sulle nostre terre.
Divenni una guaritrice esperta ed ero amata da tutti coloro che vivevano insieme a me, imparai a far nascere i bambini e curarli nei loro primi soli di vita, cosi che il nostro piccolo branco crebbe ancora, e tutti erano felici.
Ma quell’inverno qualcosa iniziò a cambiare, nel vento e nel Segugio, ed io seppi che dovevo prepararmi per un’avventura che non avevo mai vissuto prima.
Ed infatti quando il vecchio tornò mi trovò pronta a partire, con il mio manto di volpe nella sacca e le polveri per guarire nella tasca.
Con la mano presi il lembo del suo mantello, perché ad entrambi quel piccolo gesto faceva tornare in mente il nostro primo incontro, l'incontro che aveva creato un legame unico e indissolubile tra noi due sciamani, tra il vecchio e la bambina, tra l’allieva e il maestro.
Partimmo e per qualche luna camminammo a passo spedito, dandoci il cambio nel seguire le piste della selvaggina e nel fare la guardia durante la notte, per permettere all'altro di riposare.
Scoprii dopo poco che la nostra destinazione era l'altopiano ghiacciato dei totem, chiamato dal mio maestro l'Altopiano dei Capi.
Inerpicandoci lungo il sentiero scosceso mi raccontò delle riunioni avvenute in passato in quel sacro luogo, riunioni in cui sciamani e capi tribù si sedevano tutti insieme per discutere e trovare soluzione ai problemi che minacciavano le nostre terre e i nostri spiriti.
Percepii un forte potere avvicinandomi al luogo, e scoprii che proveniva da un gruppo di persone già accampate li, che ci attendevano.
Mai avevo visto così tanti dryma diversi tutti insieme.
C'era una femmina vestita con la pelle delle vipere che se ne stava in disparte, osservando con fare disinteressato i presenti.
Accanto a lei un uomo enorme e dalla folta barba, con tanti piccoli teschi ad ornargli il collo, grugniva impaziente affilando la sua ascia dall'aspetto letale.

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E per ultimo un uomo pallido, che fissava il vuoto davanti a sé non curandosi di coloro che lo circondavano. Portava un piccolo frammento di roccia trasparente al collo che rifletteva i raggi del sole, disegnando strane forma sul terreno di fronte a se.
Ci sedemmo accanto a loro e io rimasi in silenzio tutto il tempo, ascoltando con bramosia ogni parola pronunciata da quei saggi sciamani di tutte le tribù e comprendendo che era giunto il tempo che i dryma si riunissero in un unico grande popolo per far fronte alla minaccia che nei tempi passati aveva quasi distrutto la nostra razza: gli Spiriti dei khenamhen.
Il viaggio di ritorno, insieme alle parole del mio maestro, cambiarono per sempre la mia vita.
Sarebbe stato mio il compito di riunire i figli del Segugio in un grande Branco e guidarli sulla via di Thrangar per risvegliare il potere del sangue spiritico assopito dentro ognuno di noi.
Era quindi giunto il momento di lasciare per sempre la mia Foresta Fredda, che aveva vegliato su di me fin da quando ero nata.
Cercai di convincere la mia famiglia a seguirmi, ma ormai ognuno di loro aveva trovato posto alla guida della piccola tribù nella Foresta Fredda, e nessuno di loro aveva il cuore di abbandonare quella gente che per molti inverni aveva fatto affidamento su di loro.
Fu cosi che partii da sola, appesantita soltanto da quei pochi oggetti che non volevo abbandonare, che per sempre avrebbero tenuto desti in me i ricordi della mia infanzia e delle persone che amavo e che forse non avrei più rivisto.
Camminai lentamente nella foresta, cercando di allontanare il momento in cui avrei abbandonato quegli alberi che ormai chiamavo per nome per tornare su quell'altopiano che non amava la vita.
Fu di nuovo l'ululato di Thrangar a dar vigore al mio cuore e ai miei passi, sussurrandomi che questo era il compito per cui ero nata, che questa sarebbe stata la più grande e importante impresa della mia vita.
Ululai insieme a lui, rafforzando di notte in notte quel legame silenzioso che faceva danzare insieme nell'oscurità i nostri due spiriti.
Giunsi all'altopiano all'alba e mi accorsi che non ero la prima.
Alcune tende erano già state montate e il brusio di armi, passi e voci permeava l'aria in ogni direzione.
Conobbi alcuni figli del Segugio mai visti prima, compresi quelli che sarebbero diventati i miei punti di riferimento e di forza, che sarebbero diventati la mia nuova famiglia.

Il Branco crebbe e si erse su solide zampe. Da tutti gli accampamenti, anche i più lontani, giunsero fratelli che si unirono a noi per dare il loro contributo alla sopravvivenza del Branco e vigore al sangue spiritico.
Molti inverni passarono e più e più volte smontammo le nostre tende per andare a vivere nel cuore delle foreste che noi tutti amavamo.
I lupi selvaggi impararono a conoscerci e fidarsi di noi, condividendo il terreno di caccia e spesso anche le prede.
Divennero i nostri guardiani e noi i loro, diventammo fratelli di queste fiere creature, uniti tutti dall'amore che il Padre Thrangar nutre per noi.

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La forza del Branco venne messa alla prova in innumerevoli occasioni e dalle più svariate minacce, ma la raffinata arte nel cacciare, la nostra sempre più intensa vicinanza al Segugio e l’indiscussa abilità del nostro capobranco ci permisero di uscire vittoriosi da qualsiasi scontro.
Vivemmo nel cuore della foresta sacra per un lungo periodo, periodo che ricordo come uno dei più felici mai vissuti, nonostante le difficoltà che in un grande Branco non danno mai tregua.
Il mio legame con il Segugio divenne così forte che ero in grado anche di vederlo, per potergli parlare guardandolo nei suoi occhi trasparenti e allungare la mano per accarezzare la sua bianca pelliccia.
Imparammo a conoscere i fratelli di Thrangar dimenticati dai nostri Padri e trovammo nuovi territori di caccia che ci permettevano di superare indenni anche gli inverni più rigidi.
Grazie all'intervento degli spiriti le malattie smisero di spaventarci, spingendoci ad esplorare luoghi pericolosi e a confrontarci con nemici che sarebbero stati invincibili per chiunque non avesse il legame con gli spiriti.
Ormai ero diventata somma sciamana, madre e punto di riferimento per ogni thrangaren, e avevo così tenuto fede alla promessa che mi ero fatta quando ero ancora poco più di un cucciolo appena svezzato.
Oramai potevo istruire i nuovi cuccioli che si univano a noi facendo crescere sin da subito in loro un autentico amore per il Padre che ci aveva dato la vita, insegnandogli a rispettare le foreste e le prede.
Insegnai loro il significato della danza degli spiriti, la danza nella quale lo spirito della preda dona forza a quello del cacciatore che l’ha abbattuta.
Lo spirito della preda sconfitta che ritorna alla terra, per poi rinascere nel corpo di un'altra creatura, forse predatore.
Ho imparato a risvegliare poco per volta il potere del sangue spiritico, sotto l'occhio vigile e affettuoso di Thrangar, e molti nel Branco stanno facendo lo stesso, facendo si che i thrangaren siano diventati un popolo rispettato e temuto da tutti.
Molti cercano la nostra amicizia, molti altri cercano di non oltrepassare i limiti del nostro territorio per non incombere in una nostra vendetta.
Abbiamo imparato a tener fede ad ogni parola data, sia ad amici che nemici, facendo il possibile per mantenere l'equilibrio fra le tribù di nostri simili e con l'ambiente che ci offre cibo e riparo.

Ho fatto un'altra promessa a me stessa, al Segugio e al Branco intero.
Per tutti gli inverni che mi rimarranno non farò che cercare, lottare e aiutare chiunque mi tenda la mano.
In tutti gli inverni che mi si stendono dinnanzi riuscirò a svegliare completamente il sangue che ora ribolle dentro di me, che grida per uscire e manifestare la potenza del cacciatore notturno.
Risveglierò il sangue, e i thrangaren potranno finalmente prosperare in tutte le terre conosciute, continuando a dar vita alla danza degli spiriti in eterno.

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