Non solo una morte

Autore: Levard

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Roteò su se stesso in un'abile mossa affondando le due leggere spade nel torace di un orco che aveva di fronte e rimase con un compiaciuto sorriso a mirare quel corpo cadere a terra fra tremori e gemiti di dolore, abbandonandosi poi al buio della morte.
L'uomo osservò le proprie spade sporche di quello scuro ed appiccicoso sangue e si concesse un attimo di respiro nel guardare un lungo filo di bava tener unite le due lame per poi sciogliersi e cadere per unirsi a quello a terra.
Ma un grido, fra i mille di quella sanguinolenta battaglia, attirò la sua attenzione.
Si voltò ed un lungo urlo uscì dalla propria bocca.
Con un rapido gesto strinse la presa sull'elsa di una delle due spade e velocemente la scagliò.
La lama turbinò nel vuoto del proprio volo, fendendo l'aria che attraversava in attimi che sembrarono quasi infiniti, girando su se stessa con estrema lentezza per poi in un sol colpo andare a conficcarsi nel collo di un orco posto alle spalle della donna.
Questa si voltò di scatto all'urlo dell'uomo, nell'istante esatto in cui la lama saettò di fronte a se, andando ad uccidere l'essere posto dietro di lei.
Lo vide accasciarsi a terra.
Emise un profondo e lungo respiro, il sudore stava colando dalla propria fronte andandosi a mischiare con gocce di sangue, suo e non, la fatica iniziava a farsi sentire, così come il dolore di sottofondo per i tanti tagli e graffi che aveva subito.
Spostò lo sguardo nella direzione da cui era sopraggiunta la spada.
Nello spiazzo attorno frenetici corpi si muovevano l'uno contro l'altro in un cozzare di armi, grida, sangue: l'erba sottostante era ormai completamente soffocata dai cadaveri, coperta interamente da sangue scuro e grumoso ed il terreno era fortemente impregnato di un nauseabondo odore di morte.
Fra il convulso movimento di tutte quelle lame, vide stagliarsi da terra la figura di quell'uomo: il mantello stracciato sventolava energicamente, mettendo in mostra i propri sporchi brandelli, la cotta di maglia, aderente sul torace, rifletteva la pallida luce di quel bigio giorno, scendendo fin lungo le cosce.
Nel mezzo a tutto quel frastuono, sotto le folte sopracciglia appena grigiastre, due occhi color ghiaccio si incrociarono con altri due, più sottili ed allungati, di un verde intenso.
Rimasero a fissarsi per istanti che parvero lunghissimi, come estraniati da tutto ciò che li circondava, ma un'ombra a lato dell'uomo riportò immediatamente quegli occhi a seguire il rapido ritmo di quella realtà.
Il colpo fu rapido, quasi indolore.
Nel mentre le nubi, disinteressate di ciò che si svolgeva sotto di esse ed affaticate dal loro pesante fardello di pioggia, decisero di scaricarsi improvvisamente, come quando ci si vuol sbarazzare di una colpa.
E la pioggia scese giù profusamente.
Due occhi di un freddo azzurro restarono aperti ad osservare il cielo, ora parallelo a loro, quasi con interesse, facendo scivolare le copiose gocce sul volto, lavandolo da sangue e fanghiglia per poi scendere lungo il collo sporco come lacrime, tante lacrime.
Il respiro era affaticato.
Sopra di se vedeva muoversi ombre di ogni forma ed i rumori erano ovattati dallo scrosciare continuo della pioggia.

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Pensava.
In quell'istante, mentre si teneva il fianco sinistro con una mano cercando invano di fermare i fiotti di sangue che fuoriuscivano dalla profonda ferita, lui pensava.
Il torace faceva fatica a sollevarsi per respirare quella stanca aria davanti a se ed i capelli neri erano scompigliati su quell'umido terriccio.
La mente non era rivolta al dolore lancinante che straziava il proprio corpo, ma alla figura che stava correndo verso di lui con le labbra schiuse in urli che egli non riusciva a percepire distintamente.
Questi si fecero più vicini.
La donna si inginocchiò a lato di quel corpo disteso e quasi immobile, senza preoccuparsi di chi, o cosa, avesse attorno e prese fra le proprie mani il volto di quell'uomo a terra e ne guardò i lineamenti.
"No..n....dovresti....esse.r.." due labbra screpolate si sforzarono di emettere quei suoni.
"Shhhh, ti prego non parlare..." il dolce tono di quella voce fu accompagnato dal lento movimento di due dita che andarono delicatamente ad interrompere quel faticoso flusso di parole "....devo devo portarti via di qui, non parlare....." una nota di inquietudine incrinava l'originaria intonazione.
"...sai...che è...tutto...inutil...e..."
"No!" la voce si fece risoluta, aggrappandosi alla propria forza per non tremare "...non dirlo, ti porterò via di qui, ti prego non lasciarmi ora...mai..." la voce si affievolì cedendo alle lacrime che andarono a scivolare abbondantemente sul volto della donna, mentre ella teneva stretto fra le mani quel volto privo di forze, per non separarsene.
"...quel...dolce pensiero....sei sempre stata...tu....Dje..lia..l" le labbra sporche di sangue si piegarono in un debole sorriso quando gli occhi di ghiaccio scorsero nitidamente il volto della donna.
"Levard non lasciarmi, Levar......" le dita strinsero la presa su quel volto per animarlo, ma quei due occhi azzurri sotto di se erano aperti e già infinitamente vuoti.
E quelle parole volarono lente nell'aria, perdendosi nella pioggia battente e nel clamore che le stava accerchiando.
In pochi si accorsero di quel corpo disteso a terra e di quella figura femminile che in convulsi gemiti si accasciava sopra di esso, abbracciandolo con possessiva forza.
Quelle labbra screpolate, incurvate in un sorriso, erano amare da sfiorare, baciare e solo la pioggia riusciva a mischiarne il sapore con le lacrime.
Non seppe quanto tempo passò, se solo istanti o attimi inesauribili, ma si sollevò lentamente cercando di recuperare un respiro naturale, ancora scosso da rapidi sussulti.
Si guardò attorno, stando ferma accanto a quel corpo ancora troppo caldo.
Non dovette attendere molto.
Una mano artigliata le afferrò con violenza il collo, stringendolo, graffiandolo, affondando le unghie in quella delicata pelle per dar forza alla lunga lama contorta di trapassarle da parte a parte il ventre.
Gli occhi verdi si spalancarono assieme alle sottili labbra, ma restarono entrambi muti.
La presa fu allentata e la lama fuoriuscì di scatto impregnata di sangue fresco per andare con indifferenza a scagliarsi contro altri corpi vicini.
La caduta fu lenta.
Le mani tenute intrecciate sul ventre.
Quei pochi che prima erano riusciti a scorgere il corpo disteso a terra, ora ne videro un altro, morbidamente appoggiato al primo, in un silenzioso ed eterno abbraccio.


[A Levard e Djelial e alle loro continue ed inutili morti sempre assieme in ogni missione]
[All'esercito per tutte le giocate fatte e per i tanti ricordi da mai dimenticare]

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