Quella  voce...

Autore: Nnauur

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Li avrei ammazzati tutti. Tutti.
Stavano ridendo. Ridevano di me!

Prima un risolino, poi un altro, poi tutti i ragazzi in fila sghignazzavano come idioti mentre me ne rimanevo lì a fissare le pelli di lupo con sopra le armi.

Eravamo i nuovi figli di Bahel, pronti a versare sangue, degli umani o nostro non importa: era il momento in cui quelli nati nel nostro inverno avrebbero scelto un'arma, si sarebbero guadagnati il suo rispetto (perché solo un idiota crede che un'arma obbedisca a chiunque), e sarebbero stati assegnati alla Torma che sarebbe stata la loro famiglia per tutta la vita.

-Ascolta il tuo sangue- ci ripetevano gli istruttori, -ascolta la sua voce, lui sceglierà la tua arma e il tuo destino!-

Tutti gli altri avevano già fatto la loro scelta.
Molti avevano scelto un tebutje, reso micidiale dai denti di lupo, che come ci avevano spiegato gli istruttori è sacra fra tutte le armi. Altri avevano preferito le pesanti clave, o un'ascia che a malapena riuscivano a sollevare, e si apprestavano a sudare sangue per guadagnarsi l'onore di impugnarla; altri avevano preso gli uncini, tanto micidiali quanto facili a farsi strappare di mano se non sei veloce come la lince.

Io restavo in piedi come un imbecille aspettando di sentire la voce del sangue, sentendomi addosso gli occhi degli altri ragazzi e degli istruttori, fissando a una a una le armi senza che apparissero altro che pezzi di ossa e pelli legati insieme in qualche modo.

Ho dato un'occhiata rapida a Nghas, a cui ero stato inflitto come allievo, sperando in un consiglio.

-Ti consiglio di muoverti, se no ti ammazzo direttamente io.-
Caro Nghas, non mi deludeva mai.

Alla fine ho tirato su rapidamente un tebutje dal tappeto. Me lo sentivo bene nelle mani, cattivo e leggero e veloce, come una vipera.
In quanto al mio sangue non aveva granché da dire, se non che era contento di essere ancora nelle mie vene e non sparso per terra.

Mentre soppesavo il tebutje, e il gruppo iniziava a sciogliersi, mi sono accorto di una mole incombente al mio fianco.
Era Sha-ka. Era il capo.

Sono rimasto a testa bassa, immobile, con gli occhi fissi sull'arma, in parte sperando e in parte temendo che mi facesse l'onore di parlarmi.

-Il tuo sangue ha scelto, fuscello?-

Ecco, era successo
Ho pensato di dirgli una bugia, come facevo con mio padre quando scopriva qualche mia mancanza: nel tempo di alzare gli occhi e guardarlo dritto in faccia ho capito che i giorni delle bugie erano finiti per sempre, quali che fossero le conseguenze.

-Ho scelto io. Sembra che il mio sangue non abbia niente da dire.-

Ecco, era la verità.
Un figlio di Bahel dal sangue muto e debole!
Mi avrebbe cacciato? O semplicemente fatto condurre lontano dal campo, e ammazzato con disonore, a botte, attento a non versare una goccia di ciò che offendeva il nostro Spirito e i guerrieri?

-Fra un inverno ti sarà concesso di cambiare, se lo vorrai.-
Era già scivolato via, enorme e silenzioso

-Ti concede di cambiare?- Nghas mi scrutava, critico. -Mi sa che Sha-ka sta invecchiando.-
Ma lo disse a voce molto, molto bassa.

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E chi lo sente adesso Nghas.
Era stato chiaro, ah, chiarissimo!

Regola numero uno, fai quel che ti dico. E fin qua...
Regola numero due, non azzardarti a farti ammazzare.
Ecco, questa mi crea qualche problema, gli dico. Come faccio a non farmi ammazzare?

Come ti pare, mi risponde. Ricordati solo che se ti trovo alla cascata, ti ci rispedisco io in un baleno.

Manco a dirlo. Ma era un puma, maledizione!
Come facevo a tener testa a quell'animalaccio?
Hai voglia bruciarlo con la torcia, hai voglia cercare di fargli i grattini col tebutje!
Non pretendevo di ferirlo, ma speravo che almeno soffrisse il solletico...

Insomma ero appena arrivato dalla cascata al campo, deserto perché tutti erano in missione, e giravo immusonito, cercando di decidere se preferivo incontrare Nghas o di nuovo il puma, quando manco a dirlo si mette a grandinare.

Dai margini del campo mi metto a correre come un gatto verso l'unica tenda dove avevo il diritto di entrare, quella del magazzino.
Mi catapulto dentro, mi scrollo come un cane la pioggia di dosso, mentre un fulmine illumina per un attimo i tappeti davanti a me.

La bestia sei tu.

Era durato quanto il lampo, meno di un battito del cuore...
No. Esattamente quanto un battito del cuore.

Mi metto a frugare a tastoni dappertutto bestemmiando in cerca di una torcia, rovesciando coltelli e spargendo ossa: il tempo di fare i movimenti che conosco da una vita, accendendo la torcia con le mani che stavolta tremano.

Oh, Bahel. Non c'erano parole. Nell'intero mondo non erano rimasti più suoni.

Ho posato la torcia a terra e ho sollevato dal tappeto quegli oggetti micidiali, e cantavano, lo giuro sul mio sangue, li sentivo mentre li tenevo in mano che cantavano come la tempesta e i lupi e gli uomini feriti a morte.

Erano bracciali larghi, fatti evidentemente non per il polso ma per il palmo: si adattavano come la pelle stessa a indossarli, solidi e stabili, e innestate c'erano lame che trasformavano le mani di chi le indossava in artigli.

-Cosa volete per obbedirmi? Cosa volete per il vostro rispetto?- ho detto a fior di labbra, senza accorgermi che parlavo con me stesso.

Li ho indossati.
Anzi, mi sono cresciuti addosso nel tempo di infilare i pugni nei bracciali, come le mie mani, le mie stesse dita che non prendevano ma laceravano e dilaniavano e tagliavano.

Obbedirti? Obbedisci tu alla tua vita. Indossa te stesso! Quale paura mai? La paura sei tu! La tempesta sei tu! LA BESTIA SEI TU!

Un altro tuono, stavolta molto vicino. Non ho neppure sussultato.
Ho tolto me stesso dai polsi, con calma, e l'ho riposto con cura alla cintura, dove potevo indossarlo in un battito di ciglia.

Mi sono seduto con calma ad aspettare la fine della notte, ma guardando fuori ho visto che era già finita.

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