Un altro tempo, un altro luogo

Autore: Gwinnea

La donna si guarda attorno per qualche istante, confusa. Pian piano gli oggetti attorno a lei cominciano a farsi più nitidi, più familiari. Lascia spaziare lo sguardo sul bianco salone, sul letto disfatto. Lascia vagare lo sguardo sulle vesti che fasciano il corpo longilineo, lisciando le sete multicolore. Si pettina la lunga chioma chiara che scende setosa fin quasi a terra e la acconcia in una lunga treccia, facendo passare tra le ciocche un sottile filo di morbido oro.
A grandi passi scivola sul pavimento marmoreo e giunge fino alla grande balconata, scostando le tende leggere per accedere all'esterno. Inspira a fondo, l'aria è satura della salsedine che il vento teso porta dall'oceano. Davanti a lei, la città candida si mostra in tutto il suo splendore di primo mattino. Le Dodici Torri svettano verso il cielo, accogliendo sulle loro cime appuntite i primi raggi del sole nascente. Al centro, mastodontico ma elegante, si innalza l'Alto Tempio che getta la sua ombra sulla Piazza Grande. Le fontane iniziano a spruzzare vivaci getti d'acqua cristallina verso il cielo, segnando l'inizio di una nuova giornata. Pian piano l'aria inizia a portarle alle orecchie i suoni delle botteghe che aprono, dei passanti che si salutano per strada, dei bambini che si rincorrono per le strade piastrellate di bianchi ciottoli. La donna appoggia le mani sulla balaustra di pietra e lancia uno sguardo verso il basso. Le bancarelle stanno scostando i veli purpurei che le hanno protette dall'umidità della notte e la mercanzia inizia ad apparire sugli scaffali.
Scende la sinuosa scala a chiocciola, i sandali sfiorano i gradini decorati fino a raggiungere il suolo polveroso. Saluta con un sorriso i mercanti e si avvia verso il Tempio, come ogni mattina. Sale con calma i cento gradini che portano all'ingresso e, giunta in cima, si inchina rispettosamente al cospetto dell'enorme statua che svetta solitaria davanti all'arco di pietra. Gli occhi di gemma sembrano fissarla benevoli, mentre il sole, finalmente alto, preannuncia la calura estiva. Alza lo sguardo e si ritrova ad ammirare a lungo, come sempre, l'enorme tempio candido che si staglia fino al cielo. Ricorda il tempo in cui fu costruito, l'incessante lavoro di uomini e statue per trasportare gli immani blocchi dalla cava al centro della città; l'incessante lavoro degli scultori e degli scalpellini per mutare quella grezza pietra in massicce colonne e per incidere lungo tutta la loro superficie i delicati bassorilievi. Sa bene cosa rappresentano. Lei, insieme al Maestro, per interi giorni aveva progettato, disegnato bozze, le aveva corrette, aveva raccolto idee nuove e scartato idee vecchie, fino a che, alla fine, la storia del loro popolo aveva preso forma sulla carta, e poi sulle colonne. Il riverbero del sole si riflette sui capitelli e sui frontoni; il marmo bianco si surriscalda e l'aria tutt'intorno inizia a tremolare, avvolgendo il santuario di pura energia.

1

Appoggia la mano su una delle enormi statue immobili, rabbrividendo per un istante al contatto con la pietra fredda. Dall'ombra del cortile interno si avvicina il Guardiano Sacro, immacolato nella preziosa armatura bianca. Si inchina gentilmente e le augura il buon giorno. Lei risponde con cortesia, osservando affascinata quegli occhi che, simili ad oro ribollente, osservano attentamente il via vai nella Piazza Grande. L'uomo è molto alto rispetto agli altri, con i capelli chiari screziati d'argento. Le bacia galantemente la mano prima di tornare al suo posto di guardia, e lei lancia un'occhiata discreta alle quattro dita dell'uomo. Aveva sentito delle voci per cui l'uomo, come suo fratello, era nato tetradattilo. Sangue dello stesso sangue ma diversi come il giorno e la notte, il guardiano della pace ed il custode della guerra. Il leggero mantello bianco è ricamato con lucido filo dorato, quando struscia sul pavimento il metallo lascia dietro di sé mille riflessi simili a stelle cadute.
La donna si fa aria con un delicato ventaglio mentre ripercorre a ritroso la gradinata e si avvia lungo il viale alberato, seguendo il rumore del maglio e del martello che risuona nell'aria. Si fa da parte quando un nutrito branco di bambini coi capelli arruffati le sfreccia accanto correndo, all'inseguimento di una sfera morbida che rimbalza sull'acciottolato. Supera il massiccio portone granitico ed il denso fumo la investe, costringendola a socchiudere gli occhi. Le sei fucine accese sprizzano scintille sul pavimento pietroso e armi ed armature di ogni foggia e metallo danno bella mostra di sé, accuratamente sistemate sulle pareti e sui manichini immobili. Le lunghe lame riflettono le fiamme accese, proiettando sulle pareti una marea di caleidoscopiche luci. Rimanendo sulla porta, la donna saluta a gran voce i tre fabbri che si alternano alla forgia, cercando di sovrastare il rumore delle martellate. Si avvicina a passo leggero al massiccio uomo dalla chioma fulva alle prese con un maglio e una lama incandescente, a cui sta abilmente donando una foggia elegante ed allungata. Quando il metallo entra in contatto con l'acqua gelida, la lama emette un acuto stridio e una densa nube di fumo grigiastro si unisce alla fuliggine e alle scorie metalliche che danzano nell'aria. L'uomo asciuga la lama e la lucida con uno spesso panno, fino a che il filo non acquista il caratteristico colore vitreo, trasparente. Con un grugnito di soddisfazione si dirige alla grande ruota di pietra per affilare la lama. Dal magazzino attiguo emerge il muscoloso corazzaio, con il robusto grembiule di pelle che protegge il torso nudo dalle scintille della forgia. Ha le spalle larghe e robuste, sulla pelle abbronzata piccole bruciature risaltano più chiare. La barba è tagliata con cura e copre la mandibola decisa, dalla linea marcata quanto il naso e gli zigomi. Gli occhi profondi avevano confuso la donna la prima volta che si erano incontrati: uno di color argento chiaro, l'altro come brace calda. Si scosta la lunga treccia scura dal petto madido di sudore e passa una mano sulla barba, liberandola dalle pagliuzze metalliche. Si avvicina alla donna e le scocca un delicato bacio, mentre le allaccia attorno al collo sottile una lunga collana d'oro, composta da innumerevoli anellini intrecciati tra loro. La donna gli sorride, e prima di lasciare la fucina saluta il terzo fabbro alle prese con la fusione di pepite dai vivaci riflessi azzurri, proprio mentre l'uomo moro bofonchia qualcosa con tono irritato, osservando una manciata di chiodi appena forgiati.
Sulla porta del laboratorio la donna si trova faccia a faccia con l'alto generale dell'esercito, austero e marziale dentro la corazza color grigio cupo decorata con mille fregi e con il guanto freddo che nasconde la mancanza del dito mignolo. L'elaborato elmo scuro gli nasconde quasi completamente il viso, lasciando scoperti solo la bocca ed il mento. Ma attraverso la sottile fenditura si intravede il luccichio intenso degli occhi d'oro fuso, attenti e pericolosi come quelli di una fiera. Il leggero vento marino gli agita i lunghissimi capelli neri che fuoriescono lisci dall'elmo e si appoggiano sulla schiena. Il sole si riflette sul torace metallico dell'uomo, e le fitte rune rosse che costituiscono i fregi della corazza sembrano avvampare come braci, rosso su grigio, fuoco su notte. Si abbracciano affettuosamente, duro metallo contro leggera seta, e la donna chiede cortesemente al soldato l'esito della prima ronda del nuovo giorno. Le statue animate al seguito dell'uomo la scrutano con occhi scintillanti, mentre una risposta positiva e confortante giunge dal generale. La terra vibra lievemente quando l'imponente squadrone si rimette in marcia verso il Porto Bianco, l'uomo in testa che si sistema la lunga spada dalla lama ondulata di traverso sulla schiena.

2

Dopo pochi passi la donna si appoggia al recinto occidentale, lanciando un'occhiata incuriosita all'Arena dei Combattimenti. Le possenti gradinate semicircolari sono ancora deserte, ma al centro dello spiazzo sabbioso due uomini si stanno già affrontando. Girano lentamente in cerchio, l'uno che cerca di tenere a distanza l'altro in attesa di sferrare il primo colpo. La situazione di stallo viene spezzata dall'uomo con un solo occhio, che si getta urlando contro l'avversario mulinando in aria la pesante ascia, le due lame letali che scintillano alla luce del sole. Il grosso uomo dai capelli ramati si piega su un ginocchio ed alza il possente scudo, intercettando l'ascia che cozza contro il metallo ruggendo. Stringe i denti e, con un repentino sforzo delle braccia allenate, respinge l'arma nemica e si rimette in piedi, allontanandosi con un balzo. Si fissano in silenzio, con il sudore che scende dalla fronte e brucia gli occhi, la presa comunque salda grazie agli spessi guanti di cuoio. L'uomo guercio si pianta pesantemente sulle gambe massicce, pronto ad accogliere il contrattacco. Ed infatti il fulvo scatta di corsa, alzando il grosso martello metallico sopra la testa. La traiettoria discendente del fendente si infrange contro il manico teso dell'ascia, saldo come roccia tra i potenti muscoli dell'uomo più anziano. La sabbia dell'arena si alza e si abbassa mulinando nell'aria, agitata dai pesanti stivali metallici che la calpestano senza pietà. La donna rimane ad osservare lo scontro fino a che, col fiato corto ed i corpi resi lucidi dal sudore e dalle ferite superficiali, i due sfidanti si stringono amichevolmente l'avambraccio e si avvicinano ai gradoni per rivestirsi. Li saluta alzando la mano ingioiellata, facendo tintinnare i cerchietti d'oro che porta al polso.
Si ferma all'ombra dell'enorme albero del Parco Scuro, sedendosi sul bordo della fontana e immerge la mano nell'acqua, attirando i grossi pesci multicolore. Volta il viso preoccupato quando, dalla Torre del Sapere, la voce burbera e potente del Maestro strilla il suo nome. Si affretta a raggiungere i massicci portoni dell'edificio scuro, pietra nera dalle sfumature blu. Oltrepassa rapidamente il Salone dei Libri, inspirando l'antico odore della pergamena e dei fogli vecchi, l'odore pungente del cuoio delle spesse copertine, la nota metallica del Libro delle Leggi, parole incise su lamine d'oro. Il ticchettio della suola dei sandali rimbomba nel salone deserto, riportandolo di nuovo in vita. Getta la treccia setosa dietro una spalla ed afferra il primo piolo della salda scala metallica, salendo un poco alla volta, col respiro che si fa più accelerato gradino dopo gradino. Un ultimo sforzo di braccia e gambe snelle ed è sulla cima, sull' ampia mansarda di marmo viola, il regno personale del Maestro. Lui è lì, chino sul bancone di pietra, che sfoglia pensieroso le pagine di un libro. Accanto al vecchio tomo gli strumenti sono già allineati, l'appuntita lima accanto all'inchiostro, lo stilo argenteo accanto alla polvere scintillante. I pesanti tendaggi neri sono tirati, permettendo alla luce di scagliare un unico, isolato fascio di luce sul bancone. La donna saluta, lievemente intimorita, come sempre, dal Maestro sapiente ed arcigno. L'uomo borbotta qualcosa in risposta e si passa una mano liscia tra i folti capelli color fuoco. Gli anellini all'estremità delle treccine tintinnano, unico suono che spezza il silenzio spettrale del laboratorio. Lei si allontana e si dirige verso la grande parete decorata a mosaico, lanciando solo una breve occhiata all'enorme runa che i tasselli di pietra colorata formano. I due grossi gatti le passano tra le gambe mentre si rincorrono, facendo le fusa. Allunga la mano e inizia a scorrere con la punta del dito il dorso dei vari libri sistemati sulla mensola massiccia, leggendone rapidamente i titoli sottovoce. Sceglie il pesante tomo dalla copertina di cuoio dorato, sfoglia cautamente le pagine ingiallite che scricchiolando protestando sotto il suo tocco. Lo appoggia sul leggio intarsiato che troneggia sul bancone da lavoro, poi rimane in disparte ad osservare il Maestro all'opera. Un'ingombrante corazza argentea giace sul tavolo, le sfumature verdi opaco che appaiono e scompaiono quando il raggio di sole sfiora il metallo e poi si allontana. La lima che incide il metallo emette uno stridio acuto, costringendola a stringere i denti. Il Maestro invece sembra non sentirlo, totalmente concentrato nel suo lavoro, alternando lo sguardo dalla runa disegnata nel tomo e il metallo freddo davanti a sé. Una alla volta, le cinque piccole rune prendono forma sul lato sinistro della corazza e, quando il Maestro inserisce nelle incisioni la polvere di diamante, sembrano scintillare di luce propria. Lei si avvicina, contemplando il lavoro dell'uomo che, accanto a lei, mani sui fianchi, sbotta in una sonora risata di autocompiacimento. Voltano entrambi il viso di scatto quando, improvvisamente, un sinistro rombo sembra rispondere alla risata.

3

Si precipitano rapidi giù dalla scala a pioli, scivolando a tratti, e altrettanto velocemente ripercorrono a ritroso il Salone dei Libri. La luce ferisce gli occhi quando escono all'aperto, il braccio sinistro sale involontariamente a schermare il viso della donna, che osserva a bocca aperta la tragedia che sta prendendo forma sotto il suo sguardo. Da ovest un'enorme onda, che sale fino a toccare le nuvole, sembra sospendersi per un lungo, infinito istante, prima di abbattersi come una valanga spumeggiante sugli edifici di legno del Porto Bianco. Qualcuno la afferra per il braccio e la trascina correndo lungo il viale acciottolato. Il corazzaio la tiene saldamente e le urla qualcosa, ma dal centro della città un secondo, tremendo boato sovrasta la sua voce e fa tremare violentemente la terra. La donna si aggrappa all'uomo, mentre il piede sinistro non trova più il terreno e scivola verso la voragine che si spalanca con fauci mostruose sotto di loro. Viene strattonata di nuovo, con decisione, e i due oltrepassano i Giardini dell'Ombra, insieme ad altre mille persone che gridano e piangono. Le donne stringono al petto i figli, tenendo con una mano le gonne che intralciano la fuga. Gli uomini proteggono tra le braccia le proprie mogli che, con gli occhi lucidi ed il viso pallido, osservano impotenti la lava furiosa che ribolle all'interno della crepa che, come una cicatrice infuocata, ha spaccato in due la città. La donna si lancia un'occhiata alle spalle e, per un istante, le sembra di vedere il generale che, insieme al suo plotone di statue animate, spinge con decisione la folla urlante verso la Piazza Grande, gridando ordini. Da occidente il mare si fa sempre più vicino e minaccioso, ingoiando case, alberi, statue, edifici. La spuma ribolle scura e si trasforma in vapore urlante quando si riversa nel grande burrone in cui scorre il fiume di fuoco liquido. Le crepe del terreno di allargano, un'altra scossa dilania la terra, un'enorme costone di roccia piomba nell'oblio di lava, portando con sé coloro che non sono riusciti a saltare in tempo. L'aria è satura di sale, fumo, cenere, e l'orripilante olezzo di carne bruciata. La donna osserva la fine del mondo senza piangere, senza parlare, il viso congelato in una maschera di puro terrore, gli occhi vitrei come la lama del pugnale che porta al fianco. Il muscoloso uomo non la lascia, la trascina a forza fino alla Piazza dove i sopravvissuti si sono radunati. Dal Tempio emerge il Custode, l'espressione seria e impassibile come sempre. Dietro di lui giunge il Sommo, e le grida sembrano spegnersi tutto d'un tratto alla sua comparsa. Nessuno vede la gigantesca onda che dietro di loro morde il terreno fino a farlo cedere, nessuno la vede ritirarsi portando con sé tutta la parte inferiore della città. Ma tutti hanno sentito lo straziante lamento della terra e dei condannati. Il Sommo li guarda, poi lascia spaziare lo sguardo sulla città morente, su quella che una volta era un'oasi di bianca perfezione. Alle sue spalle la Torre del Sapere trema violentemente, come in preda ad un brivido di freddo, e le cento finestre di vetro decorato esplodono all'unisono. La donna sente il Maestro gemere, poco distante. Ma il Sommo rimane immobile fino a che un unico, amaro sorriso si dipinge sul suo volto perfetto. Gli occhi di gemma abbracciano affettuosamente il suo popolo spaventato, devastato dal dolore e dalla paura. Sorride, e tutti capiscono. La donna osserva gli amici di sempre, i fabbri, il generale, il custode, i guerrieri... poi si stringe al compagno e chiude gli occhi, ma anche lei ha capito. Ci ritroveremo. In un altro mondo, in un altro tempo, in un'altra forma. Ma ci ritroveremo tutti.

Al risveglio la nana è coperta di sudore, il cuore che batte all'impazzata nel petto. Si concentra, ma una sola parola emerge dalle tenebre del sogno spezzato, una sola parola riesce a riassumere le voci, le immagini, gli affetti. Nudh.

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