Omicidio a Borgo Veitien

Autore: Mylicon

PIOGGIA SENZA ARCOBALENO
Iniziò come sempre tutto inizia a Borgo Veitien.
Con un cadavere.
Era la torrida estate del 184. Il canto della cicala non dava tregua e i dolci profumi delle more e delle fragole selvatiche si fondevano con l'amaro ricordo di quella sventura che sarebbe stata poi ricordata come il morbo di Nehfi. Solo pochi anziani rammentavano allora di un'estate tanto afosa e alcuni di loro, che erano sopravvissuti agli attacchi dryma e alle carestie, alla grande alluvione e ai terremoti, al morbo di Jan Kramir e a quello di Nehfi erano, vuolsi per via del nero umorismo di un destino crudele, vuolsi per i misteriosi disegni degli dei, periti per il capriccio di un sole cocente. Proprio per questo, ricordo bene che il forte acquazzone del giorno precedente alla mia partenza da Khenam fu accolto come un'amorevole, seppur tardiva, benedizione della Dea.
Ciononostante rammento altrettanto bene i dolori al piede sinistro che accompagnarono il cambio del clima. Accade così anche oggi: se la pioggia sta per arrivare, questo mio maledetto calcagno inizierà prima a formicolare e poi a bruciare, come se mille piccoli pezzetti di quel vetro di Ilcistya di cui si parla tanto gli si fossero conficcati dentro. È un regalo che mi fece il compianto Savio Baruch Zahikon, possano i corvi banchettare col suo cadavere putrescente. Per Sator, inizio a divagare come quella vecchia comare idiota!
Ad ogni modo...
La pioggia era caduta dal cielo a secchiate per tutto il giorno e la notte e all'alba pareva che tutta Isylea fosse un enorme pantano.
Le ruote del carretto giravano lente, senza fretta, sulla via che portava a Borgo Veitien. Era un arduo percorso attraverso l'altopiano e la strada era resa ancora più impervia dai detriti e dalle piccole frane dovute all'acquazzone.
L'uomo alla guida del carretto, che un giorno non aveva saputo recitare alla perfezione lo statuto satoriano ed era stato fatto volar giù dalle scale dalla bastonata a tradimento di un vecchio albino, era un giovane mingherlino dal pelo rosso e dai profondi occhi grigi.
Quegli occhi, a suo tempo, fecero stragi di cuori. Non lo dico per vantarmi.
Non avrò avuto proprio il fisico di Thaleron o dell'Iniziato Gavuss ma...
Un branco di warg si divori quella sciocca comare se non sto diventando come lei!
Ad ogni modo, proprio come mi è appena successo ora, quel giorno, non molto lontano dalla mia destinazione, mi distrassi indugiando su chissà quale questione e non vidi che all'ultimo momento il cucciolo di cinghiale tagliarmi la strada. Incubo, il piccolo pony silvestre che trascinava il fatiscente carretto messomi a disposizione dall'Ordine Esicasta, colse l'occasione per dichiararsi tacitamente esausto e arrestarsi. I miei insulti e imprecazioni in volgar lingua e in loriano non mi aiutarono a spronare la bestia in alcun modo. Scesi nervosamente dal carretto e per poco non inciampai nel lungo mantello di cotone viola. Afferrai le briglie di Incubo e conducendolo mi apprestai a percorrere le poche centinaia di metri che ancora mi separavano dal portale occidentale del paese.

1

Era ormai mezzogiorno e davanti ai miei occhi si profilavano le immagini di due villaggi.
La prima, dai contorni tanto netti e definiti, si stagliava contro il sole come un pugno in faccia al panorama.
La seconda altro non era che la proiezione della prima sullo specchio delle placide acque del lago, evanescente e sbiadita come un miraggio al quale nessuno vorrebbe comunque credere. Sospirai a lungo e continuai ad avanzare a testa bassa.
Avevo un carico da consegnare.
Un libro da recuperare.
E un caso di omicidio da risolvere.

LA COMMISSIONE
Varcai i portali di quel monotono e desolato villaggio, che porta il nome della Dea forse per accattivarsi la simpatia di qualche fedele khenamita, e scaricata la piccola cassa, contenente trentasei ampolle di tinture per tessuti, mi recai con passo flemmatico dal sarto del paese. Non avevo ancora sfiorato la maniglia della porta della sartoria quando udii dall'interno la voce del giovane sarto insieme ad un'altra, a me fin troppo familiare.
<<Maestro... uhm... io non credo...>>
<<Mettetevi al lavoro e non indugiate oltre. Sono un uomo impegnato, cosa credete?>>
<<Maestro, scusatemi ma... per un lavoro simile dovreste rivolgervi ad un pellettiere. Magari potreste chiedere al Borgomastro stesso, che un tempo lo era. Io non ho la pelle per farvi una cintura e comunque...>>
Entrai giusto in tempo per vedere l'espressione nervosa e annoiata del Maestro Konrad Von Till e udire la sua secca replica: <<Io non vi ho chiesto una cintura ma una fascia>>.
L'esicasta di mezza età osservò per qualche istante il ragazzo abbronzato che gli stava davanti e poi aggiunse, parlando molto lentamente: <<Una fascia che s'indossa in vita>>.
Il giovane, per nulla offeso dai modi del maestro, s'illuminò in viso (lo ricordo bene, divenne rosso come un peperone) ed esclamò: <<Oh! Capisco Maestro! Ve ne preparo subito una con la migliore lana grezza di cui dispongo!>>
Konrad fece una smorfia e, voltando la testa disgustato, si accorse di me.
La sua espressione non cambiò minimamente finché non notò il carico fra le mie braccia.
Allora annuì serio e disse guardando verso di me ma parlando a sé stesso: <<Vedo che finalmente un po' di civiltà ha osato varcare queste mura fangose...>>
<<Fatemi vedere...>> aggiunse poi, mentre avvicinatosi si accingeva a scalzare il coperchio della cassetta ancora fra le mie mani. Senza troppe cerimonie iniziò a rovistare fra le piccole ampolle, scegliendone una. Pescò poi dal suo astuccio in pelle di giaguaro un fascio di pergamene arrotolate fra loro che mi passò bruscamente. <<Gli studi dell'Iniziato Ciulpus Deperiton sul libro e la perizia sul cadavere del Maestro Erdalinus Van Pelt. Io parto per Khenam fra tre ore. Fino ad allora riposerò in locanda. Prendete in considerazione l'idea di disturbarmi solo per una questione di vita o di morte. E anche in quel caso evitate di farlo.>>

2

Detto ciò si voltò di scatto e lanciò l'ampolla al sarto che, seppur goffamente, riuscì a prenderla al volo. <<La mia fascia fatela di questa particolare tonalità di rosso. S'intona perfettamente con la mia veste.>>
Infine uscì dal locale con aria impettita.

IL TALHNOISER
Lo stramaledettissimo libro che avevo il compito di recuperare era un antico trattato sulle tecniche di contabilità noto come Talhnoiser.
L'Iniziato Ciulpus Deperiton, Tesoriere dell'Ordine Esicasta, nella sua relazione aveva riportato accuratamente la travagliata storia editoriale di quel prezioso volume.
La lessi attentamente, interrogandomi più volte sulla sua attinenza con il caso di omicidio:
Il titolo originale dell'opera, in lingua kuromita è "Khaijan'otm", letteralmente "Economia delle Gestioni". L'autore è Rabo Solkhilon, un economista divenuto folle in seguito ad una misteriosa malattia. Dopo essere stato bandito dal proprio impero, Rabo errò per il continente per più di sette anni. Morì di febbre in un piccolo villaggio del Talessar nel 75 a.K.
Le autorità locali trovarono fra i suoi pochi effetti personali un sinistro manoscritto. Rilegato con le interiora di animali e scritto con il sangue (probabilmente dell'autore stesso) il testo riportava fra le sue pagine oscure formule matematiche e nozioni di economia avanzata che sarebbero state riprese solo intorno al 78 d.K. L'opera fu tradotta in lingua talesiana da Palaman L'Erudito, il quale affidò al suo allievo Teredio il compito di realizzarne due copie. La prima copia fu consegnata all'accademia talesiana, la seconda donata a Larys Degli Specchi, luminare di medicina e amico personale di Palaman. A seguito di un non precisato errore dell'aiuto bibliotecario dell'accademia e di un misterioso incendio divampato nello studio di Palaman L'Erudito (che in esso trovò la sua fine) il manoscritto originale, la sua prima traduzione e la prima copia di questa andarono perdute. Teredio contattò prontamente Larys Degli Specchi per richiedergli la sua versione non rilegata dello scritto. Larys, studioso geniale ma distratto, aveva però utilizzato alcune pagine dell'opera per i propri studi sul cervello umano. Il medico fece rilegare il volume con il trattato di economia e i suoi appunti con l'ironico titolo di "Talhnoiser" (un gioco di parole fuse fra loro che può essere volgarmente tradotto come "Della Talesiana Mente Economica" in riferimento alla proverbiale spilorceria degli abitanti dell'impero).
A seguito dell'invasione orchesca e dell'esodo di massa attorno al 13 a.K., le tracce del Talhnoiser si fanno assai confuse. Non furono mai chiarite le circostanze che permisero al libro di salvarsi dalla distruzione e di raggiungere le terre di Isylea. Ancora più oscuri e misteriosi sono gli eventi che fecero cadere un libro tanto prezioso fra le sporche e rozze mani di Gildorro Marraryn, un volgare venditore di pomodori che lo barattò per due carretti ed un somaro con Mastro Horlamin, la vittima.

INGALLINATI
Mentre leggevo e rileggevo il rapporto di Ciulpus, i miei stivali affondavano quasi fino al polpaccio nel fango dei viottoli del Borgo. Banchi di nubi grigie cariche di pioggia e lampi si stavano avvicinando da nord-ovest, circondando minacciosamente il villaggio come avrebbero più volte fatto le selvagge orde dryma diversi anni dopo. Ai miei dolori reumatici al piede si era aggiunto un tedioso mal di testa, dovuto ad un maledetto rompicapo che, apparentemente, non ammetteva nessuna soluzione logica. Cosa poteva farsene un volgare strappaerbe di un trattato di economia oltre ad usarlo come fermaporte o come mortaio di fortuna? Chi aveva spaccato la testa dell'erborista nel tentativo di sottrargli un tomo del quale certamente non poteva intuire il valore? Come sapeva dove trovarlo? Raggiunsi l'ampio ingresso della locanda senza trovare risposta a nessuna delle mie domande.

3

Solo altro fango.
Il locale, completamente deserto, era immerso in un'opalescente luce grigia, quasi come se quel luogo non appartenesse al presente ma ad uno sfocato passato ormai dimenticato. Mi avvicinai stancamente al bancone e posai il mio sguardo sull'enorme bestia che si ergeva nell'angolo più buio della locanda. Il grande orso bruno, che mi fissava con il suo sguardo vitreo, era stato per mesi il terrore di Borgo Veitien. Aveva ferito più o meno gravemente molti dei cacciatori locali e una volta aveva divorato un errante.
Su quest'ultimo episodio ho sentito diverse versioni e presunte testimonianze dirette che si sono sempre dimostrate come niente più che fumose chiacchiere da taverna. Secondo una di esse il prode errante, alla vista della bestia, non se la sarebbe data subito a gambe, ma posando il proprio stivale destro su una roccia coperta da un sottile velo di polvere color ruggine, avrebbe voltato lentamente il capo verso la fiera e, con un unico fluido movimento, avrebbe preso una torcia dal logoro zaino di cuoio, passandosi la mano sinistra fra i lunghi capelli corvini agitati dal vento. A quel punto l'orso se lo era mangiato.
A segnare il miserevole destino della fiera fu, invece, il letale colpo di giavellotto di Leniaad, un veterano cacciatore, che ne aveva poi affidato la carcassa alle amorevoli cure del Maestro Erdalinus Van Pelt. Sviscerato e trattato con un certo balsamo prodotto dal Maestro Morkai Rentaal, l'orso era stato riempito di paglia ed infine ricucito. Ora, fissato con dei pioli in una posa drammatica all'interno della locanda del Borgo, divertiva i bambini che un tempo aveva tanto terrorizzato.
<<Da fiero signore dei monti ad arredamento di dubbio gusto...>> pensai ad alta voce.
<<Ah! Allora siete vivo! Iniziavo a pensare di avere in locanda un ingallinato di troppo!>>
Udendo quella voce femminile dal tono canzonatorio e un po' squillante mi voltai, in cerca del mio interlocutore. Mi ritrovai davanti ad una donna mora, molto magra e ormai non più giovane, dal viso rotondo e dai profondi occhi neri. La locandiera si era letteralmente materializzata dietro al bancone, vuoto un momento prima e si accingeva a lustrarlo con un panno di lino imbevuto d'aceto.
<<Ingallinato?>> domandai confuso.
<<Si, si, si... mi avete capito!>> mi rispose la donna che si stava nel frattempo accanendo con maggior determinazione contro una piccola macchia, probabilmente di vino rosso, al centro del tavolo. Mi indicò la bestia imbalsamata ed io preferii non risalire all'etimologia della parola "ingallinato", limitandomi ad annuire diplomaticamente.
<<Allora... volete dirmi che c'è? Non è che voi violammantati volete metter su torre qui, vero?>>
<<Violamm... uhm... ad ogni modo... perché lo credete?>>
Ero sempre più confuso dalla bizzarra dialettica di quella bizzarra donna.
<<Siete il quarto che incontro in due giorni! Prima la pentola di fagioli dal pelo bianco, poi quel giovane dall'aria losca... Xaro, mi pare. Ma lui era passato solo per le ordinazioni delle tinture. Poi Konrad, che forse è il peggiore!>>

4

La donna man mano che parlava sfregava e raschiava con più forza.
<<Ma mio marito no! Oh lui è davvero troppo impegnato!>>
Borbottò qualcosa di assolutamente incomprensibile poi aggiunse: <<E nessuno che si curi della sepoltura del vostro uomo!>>
<<Messere Horlamin non fa più parte del nostro venerabile ordine da ormai parecchi anni.>> risposi stancamente.
<<Ma vedo che l'affetto è immutato!>>
Iniziai a preoccuparmi quando, osservando meglio la locandiera, notai la sua espressione minacciosa e due grandi fruste ai suoi fianchi. Fortunatamente la donna si calmò un po', guardandomi negli occhi per la prima volta (nei miei ammalianti occhi grigi, vorrei precisare) e facendo un paio di lunghi respiri. Quando il fumo smise di uscire dalle sue narici, mi tese la mano e si presentò: <<Io sono Charo, proprietaria della Locanda dell'Orso e Borgomastro>>.
<<Borgomastro Charo è un piacere conoscervi finalmente. Vostro marito in torre non fa che parlare di voi...>> mentii spudoratamente.
<<Oh davvero?>> domandò la donna impettendosi <<Ma accomodatevi... Mila! Servi da bere al signore!>>
Feci per prendere una sedia per poi rendermi conto che essa era stata inchiodata al pavimento di legno.
<<È per via dei Ladri-Di-Tutto>> spiegò Charo.
<<Rubano pure le sedie?>> domandai sbalordito.
La donna mi fissò per qualche istante, come per sincerarsi di non avere davanti un ebete, poi esclamò: <<Eccerto! Sono Ladri-Di-Tutto mica per caso!>>
Nel mentre una giovane dai lunghi capelli neri e dallo scollo provocante era giunta dalle scale che conducevano alla cantina con una brocca e due boccali. Io, rassegnandomi a non capire, sedetti sulla sedia inamovibile e sorrisi meccanicamente quando Mila mi offrì il boccale.
<<Avrei bisogno di una camera per questa notte>> dissi sorseggiando il vino rosso.
<<Certo! Ma temo dovrete adeguarvi, dato che abbiamo una sola stanza e al momento è occupata. Dovrete dividerla con l'altro ospite, ma non temete... i letti sono separati!>>
Contrariato dall'idea di dover dormire con un perfetto estraneo feci una smorfia che Charo sicuramente notò. Poi colto da un dubbio domandai: <<Si tratta forse del Maestro Konrad Von Till?>>
Il Borgomastro scosse la testa.
<<Quel damerino con la puzza sotto il naso ha saldato il conto ed è partito mezz'ora fa.>>
Poi borbottando aggiunse: <<Quando le ho detto che in tutto mi doveva nove bronzi e nove ottoni, quello ha buttato un argento sul bancone e mi ha detto che il resto era mancia... pidocchioso!>>
<<Con chi dovrei dunque dividere la stanza?>>
<<È giunto questa mattina un novizio della chiesa di Vilmis che...>>
Interruppi bruscamente la donna: <<Non se ne parla! Esigo una stanza riservata unicamente a me come si conviene!>>

5

Charo socchiuse gli occhi.
<<Sentite giovanotto, vi ho già spiegato che abbiamo una stanza sola. Quindi o dormite con il giovane Vilmis o dormite nella stalla. Decidete voi!>>

IL DELITTO
La stalla era fredda e umida.
Lo stanzino maleodorante e angusto dove passai quella notte altro non era che un piccolo sgabuzzino ove lo stalliere conservava i ferri del mestiere e le balle di fieno secche. Le assi sconnesse del pavimento erano coperte di paglia, il soffitto era molto basso e l'unico ornamento del locale era rappresentato dal polveroso teschio di un bue appeso sopra la porta. Attraverso l'unica stretta finestra, più simile ad una feritoia, filtrava solo un fioco raggio di luce perlacea, così dovetti accendere una candela per poter studiare il referto medico del Maestro Erdalinus. Era un rapporto di quattordici pagine, ma solo quattro di esse erano strettamente attinenti al caso di omicidio. Le altre dieci erano un confuso ed inconcludente insieme di congetture craniometriche sull'antropologia del cadavere: la fronte bassa denotava una scarsa capacità di autocontrollo del soggetto, gli occhi estremamente ravvicinati una propensione al crimine violento ed altre simili corbellerie ancora.
Ad ogni modo...
Secondo Van Pelt la causa del decesso dell'erborista Horlamin non lasciava adito a dubbi: quell'uomo era stato ucciso a colpi di krisiun. Non vi nascondo la mia perplessità: lessi e rilessi più volte quella frase senza capirne il significato. Ad illuminarmi in merito, la mattina seguente, fu la moglie del Maestro, il Borgomastro Charo che mi spiegò che da anni il marito era convinto che "Krisiun" (in realtà il nome di un noto architetto) fosse il termine tecnico con il quale si intendeva un martello da lavoro. Fortunatamente il resoconto, nelle sue altre parti, era abbastanza chiaro: Horlamin era stato colpito due volte all'altezza della tempia sinistra, per poi precipitare dal primo piano della sua abitazione. La caduta in sé, probabilmente, non sarebbe stata particolarmente grave, ma almeno uno dei due fendenti scagliati alla fronte dell'uomo aveva determinato la frattura della scatola cranica. Sul cadavere Erdalinus non aveva trovato tracce di colluttazione.
Conoscevo la ricostruzione ufficiale delle guardie, avendo parlato con una di esse, un tale Rezzon di pattuglia al portone orientale: un ladro penetra nel cuore della notte nella mansarda pernottata da Horlamin. È un uomo determinato quanto privo di scrupoli, oppure è soltanto un balordo ubriaco, un vandalo, un ladro-di-tutto. In ogni caso egli ignora o decide di ignorare che il locale non è vuoto: l'erborista è in casa e presumibilmente, data la tarda ora, dorme. Il malfattore trova e prende il Talhnoiser. Horlamin si accorge dell'intrusione e strappa il libro dalle mani del rapinatore che lo colpisce con la prima cosa che gli capita fra le mani, sfortunatamente un grosso martello da carpentiere. L'erborista barcolla indietro e cade giù dalla finestra, portando però con sé il prezioso tomo. L'assassino a questo punto perde il suo sangue freddo e, senza tentare di recuperare la refurtiva, si dilegua prima dell'arrivo delle guardie. Una teoria semplicistica e assolutoria che in realtà faceva più acqua della fontana di Khenam. Se era stato un balordo, perché aveva mirato a quel libro fin dal principio, ignorando i numerosi ricettari erboristici e le pozioni, sicuramente più facili da piazzare sul mercato nero? Se era stato un furto su commissione, perché il criminale, inspiegabilmente disarmato aveva tentato un approccio così goffo ed era stato costretto a liberarsi di Horlamin con un'arma improvvisata? Perché, in ogni caso, non c'era stata alcuna vera e propria colluttazione ma solo quei due colpi di martello alla testa? E poi c'era l'enigma più inspiegabile.

6

La porta della mansarda era perfettamente integra e chiusa a chiave dall'interno all'arrivo delle guardie, così come le finestre, eccezion fatta per quella dalla quale l'erborista era volato via. Quindi il presunto ladro avrebbe sfondato (e non forzato) la fatidica finestra per entrare nel locale.
Era una gran brutta storia.
Una patata bollente finita fra le mie mani con la stessa velocità di un arrosto di luccio al passaggio di Tajmaku il pescatore.
Spensi la candela e mi avvicinai alla finestra. Fuori la notte stendeva il suo velo pietoso sul Borgo e con la complicità delle tenebre, due ragazzi sfregiati con curiose cicatrici a forma di x rubavano ciocchi di legno dal giardino di un'abitazione. Sospirando mi avvolsi nel mantello sdraiandomi sul letto di paglia, sprofondando in un pesante sonno, privo di sogni.

UNA BRUTTA RECITA
L'abitazione di Horlamin non era diversa dalle altre costruzioni del Borgo: una solida casa di montagna, in pietra e legno, dalle finestre alte e strette e con quel particolare stile rustico che a me infonde sempre un viscerale senso d'angoscia e costrizione. L'edificio si sviluppava su due piani e aveva un piccolo giardino piuttosto trascurato. Il pian terreno, disabitato, era appartenuto ad un vecchio carpentiere in pensione, proprietario dell'intero stabile e vittima, come molti altri anziani in quella torrida estate, di un colpo di sole. L'erborista, affittuario, occupava la mansarda, in realtà più simile ad un sottotetto. Alla parete ovest della casa, quella adiacente al giardino laterale, era stato applicato uno di quegli orribili reticoli di legno, simili ad alveari, sul quale l'edera cresceva rigogliosa, attirando ogni genere di fastidioso insetto. Le nuvole della sera precedente si erano dissolte senza portare pioggia ed ogni cosa, persona e animale pareva ricoperto di fango secco. Il dolore al piede era peggiorato e quello alla testa sarebbe presto ricomparso, se quel bifolco rozzo e sdentato, travestito da guardia, non avesse presto smesso di ciarlare.
<<Fiamo ficuri che il ladro non fia paffato per la porta della manfarda, dato che effa era chiufa a chiave dall'interno. Il bandito deve aver fcalato la parete, aiutato dal reticolo.>>
L'uomo, che superava abbondantemente il quintale e che aveva un viso tanto brutto da turbare il senso estetico di un orco, fece una pausa per asciugarsi con la manica della divisa il mento coperto di bava. Poi, indicandomi la finestra in frantumi del secondo piano proseguì: <<Ha fpaccato la finestra... la fteffa dalla quale la vittima è caduta o è ftata buttata.>>
La guardia, che ogni tanto si voltava di scatto verso di me, forse per assicurarsi che non stessi ridendo del suo difetto di pronuncia, si posò le mani tozze sulla cintura e annuì compiaciuto delle sue stesse parole.
<<E da dov'è uscito poi?>> azzardai.
Il soldato, che si chiamava Lomar, si grattò perplesso il mento squadrato. Poi domandò con aria inebetita: <<L'erborifta?>>
Lo fissai interdetto per quasi un minuto.
<<No, il malvivente>> risposi infine con voce atona.
<<Oh... beh... da dofe è entrato, penfo.>>
<<Passa più gente da quella finestra che dal portone meridionale di Khenam>> commentai fra il divertito e l'esasperato. Ovviamente Lomar non colse la battuta e continuò a fissarmi, concentrato nel tentativo di sembrare meditativo.

7

La teoria delle guardie, oltre a risultare poco credibile, presentava almeno una grossa falla: ammesso che l'assassino fosse stato tanto stupido o spaventato da fuggire dalla stessa finestra dalla quale un istante prima era volato giù un uomo morto o morente, ignorando la più facile via di fuga offerta dalle scale (considerando poi che il pian terreno era disabitato) perché, dato che ci era praticamente passato davanti, non aveva recuperato il tanto desiderato libro?
Inutile cercare di spiegarlo a quella gente: per l'Esercito tutto è sempre chiaro, anzi, cristallino: c'era un bandito, presumibilmente vestito di nero, con cappa e mantello e magari un grosso sacco di lana sulla schiena pieno di refurtiva. Finché egli non fosse stato individuato e consegnato alla giustizia, il Caso Horlamin sarebbe rimasto aperto e il Talhnoiser sarebbe stato messo sotto sequestro dal corpo di guardia in qualità di prova. L'Ordine Esicasta aveva affidato a me l'ardua ed improbabile operazione di recupero del libro, in quanto esso era considerato più importante della mia persona ma meno di un eventuale incidente diplomatico. Non ero altro che un fante sulla scacchiera del barbacane, che il giocatore di turno è disposto a sacrificare pur di far uscire la partita da una fase di stallo.
Ufficialmente ero giunto al Borgo solo per consegnare una partita di tinture tessili.
Ogni mio interessamento al caso di omicidio sarebbe dovuto risultare esclusivamente personale (mi ero presentato al capo delle guardie come un ex collega e amico della vittima, che in realtà avevo incrociato solo un paio di volte sulla gradinata della Torre d'Ametista).
Iniziai ad interrogarmi su quale fosse, più concretamente, il mio vero ruolo in questa brutta recita.
Era forse possibile che la considerazione umana del Venerabile Ordine Esicasta fosse così bassa da permettere ai savi di fornire alle guardie di Borgo Veitien un potenziale sospettato, un forestiero che non avrebbe fatto altro che domandare della vittima e del Talhnoiser, solo per poter recuperare un dannato libro di economia?
In tutta risposta il piede sinistro mi mandò una nuova fitta di dolore.
Dovevo agire in fretta.
Cercando di sembrare il più tranquillo e disinvolto possibile mi rivolsi alla guardia: <<Soldato scelto Lomar, credete sia possibile permettermi di salire?>>

IL LABORATORIO
La mansarda era un unico ampio locale adibito a laboratorio.
Era pura follia.
L'aria era irrespirabile e solo la consapevolezza che Lomar si trovasse lì con me mi permise di trattenere un forte conato di vomito.
Il pavimento era ricoperto da fasci di pergamene gualcite e strappate, ampolle invischiate in un disgustoso umore simile a colla, cocci di anfore e vasi, falcetti arrugginiti e resti di piante putrescenti, avanzi di cibo avariato e formiche ovunque. Sulle pareti rivestite in legno erano stati tracciati col gesso sinistri disegni accompagnati da incomprensibili annotazioni: un teschio ghignante, una grande "O" sbarrata, l'illustrazione di quella che sembrava la metà di una noce senza guscio. Notai che tutte le finestre, eccezion fatta per quella "di servizio", non erano semplicemente chiuse: erano sbarrate. Una cordicella, simile a quella che le donne usano per appendere i panni da asciugare, attraversava obliquamente il locale. Su di essa nessun indumento o tovaglia, ma assurde ricette scritte col carbone su pagine di libro strappate. Ne lessi solo alcune: "mescola bacche macerate di ryuge con i neri corvi di Nirs per rimuovere le macchie dalla coscienza", "le foglie essiccate di donna bollite nel latte di capra provocano reazioni di sdegno nei pioppi", "mescola i semi di lino con le ali di tridurio per ottenere una tintura color Thaleron adatta ai divani". Su ogni mobile, mensola e persino sulla tastiera del letto c'erano candele, quasi tutte consumate.

8

Vi ho conservato per ultimo il particolare più grottesco: al centro esatto della stanza c'era un basso tavolino rotondo. Su di esso, oltre a diversi strumenti, fra i quali un metro, delle pinze, un paio di forbici, diversi aghi da sarto ed uno scalpello a punta piatta da scultore, c'era la testa decapitata di una pecora in avanzato stato di decomposizione.
Non ricordo se Lomar mi trascinò di peso o se fu con le mie sole forze che riuscii a barcollare fino alla grande finestra, dove respirando aria fresca evitai di perdere i sensi. Guardai giù e per chissà quale folle ragione quell'uniforme distesa smeraldina di brillante edera placò in parte il mio turbamento.
Lomar mi si avvicinò con passo pesante e commentò alle mie spalle: <<Certo che voi ftudiosi fiete proprio difordinati, eh!>>
<<Proprio disordinati... sì...>> mi sentì rispondere con una voce che pareva provenire da molto, molto lontano.
Lentamente distolsi lo sguardo dall'edera, lasciandolo spaziare sul Borgo.
Il sole di mezzogiorno picchiava forte sul fangoso viale di ciottoli, che in quel momento un piccolo tussaki attraversava velocemente. Nell'abitazione antistante, un uomo con un grifone tatuato sul petto abbronzato cercava, con la complicità di un alto ragazzo sfregiato, di rubare una lunga panca di pino, facendola passare da una finestra.
<<Lomar di grazia... mi riaccompagnereste fuori?>> domandai esausto.

LA LETTERA
Tornai nella mia "stanza" e riposai per buona parte del pomeriggio.
Verso l'ora di cena lo stalliere, venne da me con un plico in mano. Mentre dormivo Malabar, il fabbro del Borgo, era tornato da Khenam ove si era recato per non so quale affare. Un giovane esicasta, che conosceva l'uomo di vista, gli aveva domandato la cortesia di far recapitare quella lettera ad un collega partito per Borgo Veitien il giorno precedente.
Sulla busta c'era scritto con una bella calligrafia: "Mi dovete un favore. Moloth".
La carpetta, un po' sbiadita, portava il sigillo dell'Ordine Esicasta. Osservai assorto per quasi un minuto quell'occhio senza pupilla fra le spire di un serpente che si morde la coda, prima di accecarlo, spezzando con il pollice il bollo di ceralacca.
L'aspirante Moloth, un mio compagno di studi nella Branca del Pensiero, era l'aiuto bibliotecario della Torre d'Ametista. Avevamo scontato insieme molte punizioni ( anche se a quell'esile ragazzo dai folti ricci neri non era mai capitato di affrettarsi tanto nello scendere le scale della torre da fare quattordici gradini in un sol passo) e qualche anno prima avevamo concluso insieme una brillante relazione sulle possibili tecniche gestionali della biblioteca.
Insomma, io e Moloth eravamo, se non buoni amici, quantomeno stimati colleghi e sapevo di poter contare sulla sua buona fede. Ma cosa poteva fare per aiutarmi, in quelle circostanze, un topo di biblioteca che per quanto ne sapevo non era mai uscito dalle mura di Khenam? Moloth intendeva forse avvisarmi che la trappola nella quale ero caduto sarebbe presto scattata?
Fu con un profondo senso di inquietudine che estrassi la pergamena contenuta nel plico e mi apprestai a leggerla.
La lettera si apriva con gli ossequi di Moloth e i suoi auspici per l'ardua missione che il Consiglio dei Savi mi aveva affidato (fin da quelle prime righe dedussi, dunque, che l'aspirante non fosse giunto alle mie stesse conclusioni in merito alla mia presenza a Borgo Veitien). Superati i convenevoli e senza alcuna spiegazione introduttiva, l'aiuto bibliotecario si era limitato a trascrivere le poche informazioni biografiche sull'ex aspirante Horlamin, presenti in archivio e di qualche rilevanza.

9

Horlamin si presenta come postulante presso la Torre d'Ametista il 14 giorno dell'autunno del 162 d.K. Richiede di entrare a far parte dell'Ordine Esicasta, nella Branca della Materia, in qualità di aspirante medico. Dopo pochi mesi, tuttavia, il giovane decide di abbandonare gli studi di medicina in favore di quelli di erboristeria. Si specializza nella produzione di pozioni per la concia del cuoio, sotto la supervisione della Maestra Ioreth. Su di un piano squisitamente professionale Horlamin è impeccabile: non manca mai un ordine e la sua precisione è a dir poco maniacale. Tuttavia il suo successo professionale va di pari passo con il progressivo distacco dalla realtà e il suo comportamento, sempre più bizzarro, lo mette in cattiva luce con i suoi superiori fin dagli albori della sua breve carriera di esicasta. Nel 163 denuncia al Consiglio dei Savi il presunto rapimento del proprio gatto. Nel 165 confida al Savio Agadon Nerat un suo radicato sospetto: ogni mattina, mentre si assenta per ritirare le foglie dall'essiccatoio, dei ladri penetrano nella sua stanza e rubano tutti i mobili, sostituendoli con delle copie perfette. Meno di un anno dopo presenta al Consiglio una controversa tesi di iniziazione sui metodi di trinciamento delle radici di kiret. Quel trattato, in otto volumi, sarà destinato a rivoluzionare l'erboristeria tradizionale, scuotendola nelle fondamenta. Sfortunatamente per Horlamin, l'Ordine, troppo ancorato al tradizionalismo satoriano, rigetta la tesi, giudicandone l'autore come un pazzo visionario. Nel 166 Horlamin viene congedato con disonore dalla Torre, reo di aver trasgredito troppe volte le norme di dignità e obbedienza dello statuto satoriano. Coi pochi risparmi raccolti nei suoi quattro anni da esicasta l'erborista si trasferisce a Borgo Veitien dove continua a guadagnarsi da vivere producendo pozioni di concia del cuoio per i pellettieri locali.
Da allora l'Ordine non ha avuto più sue notizie.
La seconda parte della lettera conteneva diverse informazioni di cui ero completamente all'oscuro, al pari dell'Ordine Esicasta (almeno a livello istituzionale). Moloth, allievo di Erdalinus, aveva ricevuto negli ultimi anni ben 146 lettere da parte di Horlamin, tutte destinate al maestro. Fin dalla prima missiva, arrivata il primo giorno dell'anno 181, Erdalinus si era rifiutato di leggerle (asseriva enigmaticamente, scrisse Moloth, che non gli piaceva il modo in cui il nome Horlamin si divideva in sillabe). Horlamin, firmandosi sempre con il vecchio titolo di aspirante, richiedeva la copia di un libro di medicina del defunto Savio Mysdrael dei Dronfen e di un antico trattato, custodito appunto da Van Pelt, su alcune teorie riguardanti una rarissima patologia. Il risvolto più inquietante della faccenda, consisteva nel fatto che le altre 145 lettere erano perfettamente identiche, parola per parola, alla prima. Horlamin ne aveva fatta recapitare in torre una ogni cinque giorni, per due anni esatti.
<<Se non le imbucava personalmente nella cassetta del vestibolo della torre, l'assassino dev'essere il messaggero>> commentai ad alta voce, facendo una risatina tanto stridula che mi spaventò ancor più del laboratorio del vecchio Horlamin il pazzo.
Forse la follia altro non era che un'orribile malattia, contagiosa al pari della febbre o delle piaghe di Nehfi.
Un parassita, come quelli che colpiscono l'intestino, o magari una sanguisuga che non ti riesce proprio di staccarti di dosso.
Fu proprio con quei deliranti pensieri, partoriti dalla mia mente stanca e sotto pressione, che risolsi il Caso Horlamin.

È FINITA
La mia ricostruzione del delitto fu come una sgualdrina da cinque ottoni: non un granché ma servì allo scopo. A supporto della mia tesi, fondata su una serie di indizi circostanziali, non c'era un solo straccio di prova.
Ma l'assenza di esse aveva mai creato riserve morali in una guardia?
Se non più credibile poi, la mia versione era sicuramente più comoda per tutti: permetteva alle autorità di chiudere definitivamente il caso, agli abitanti di Borgo Veitien di dimenticare in fretta quella brutta storia e di tornare a dormire tranquilli e a me di lasciare all'alba quel buco fangoso.
Quella sera cercai Lomar (che trovai in locanda, intento ad ubriacarsi in compagnia di un cacciatore che non faceva altro che parlare di quanto fosse temibile sua moglie) e al quarto bicchiere di acquavite lo convinsi a lasciarmi visionare il Talhnoiser.
Era proprio un brutto tomo, gualcito e scolorito, dall'aspetto più fatiscente che antico.
I miei sospetti trovarono la loro conferma alla tredicesima pagina del libro, macchiata di sangue rappreso e che, ubriaco com'ero, segnai con un'orecchia.
Due tisane e un bagno freddo più tardi, mi trovavo in caserma ad esporre la mia ricostruzione dei fatti.

10

Horlamin è pazzo. Non parlo di quella follia che spinge le donne a riempire gli armadi di borse e scarpe o un uomo a scucire sette ori per uno stupido cane. Quando dico "pazzo" intendo dire "matto come un cavallo sulla via del mattatoio" e di questo, ad un qualche livello, l'uomo ne è consapevole. È anche un ex esicasta di una certa cultura, iniziato agli studi in medicina e di conseguenza non incolpa Vilmis o Veitien per averlo maledetto, come magari avrebbe potuto reagire un villano superstizioso. Per Horlamin la propria condizione è originata da uno strano male che, in effetti, presenta parecchie analogie, a livello sintomatico, con una malattia del cervello che aveva per lunghi anni afflitto il Maestro Erdalinus Van Pelt e dalla quale questi era improvvisamente e misteriosamente guarito. È per questo che cerca ossessivamente (e compulsivamente) di mettersi in contatto con lui e contemporaneamente tenta di raccoglie tutte le informazioni attinenti alla cura di questo raro morbo: il Compendio di Medicina Generale del Savio Mysdrael, l'antico trattato di anatomia umana posseduto da Erdalinus ed infine il Talhnoiser, un libro che contiene, oltre a delle nozioni di contabilità, gli studi sul cervello condotti da un certo Larys Degli Specchi.
Le sbarre della mente dell'erborista si chiudono e il laboratorio in mansarda si trasforma nella tana di un animale selvatico, solitario e pericoloso.
La disperazione e il profondo squilibrio spingono Horlamin al suo ultimo gesto sconsiderato. Dopo aver fatto le prove generali con la testa di una pecora, l'uomo decide di operarsi da solo, rompendosi il cranio con un martello per potere poi strappare letteralmente la follia dal proprio cervello.
A questo servivano le pinze sul tavolino.
La cronaca ci racconta come finì la storia: dopo un primo colpo assestato con insicurezza, l'erborista ci riprova, si spacca la testa e cade all'indietro, volando dalla finestra. Mentre il martello scivola dalla mano destra dell'uomo, o per meglio dire del cadavere, finendo sul pavimento del laboratorio, il Talhnoiser rimane ben stretto nella mancina, forse contratta a causa di uno spasmo muscolare, precipitando in strada con Horlamin.
Un quadro improbabile, ma quantomeno possibile a differenza di quello dipinto dalle guardie: un intruso non sarebbe potuto entrare passando dalla porta, chiusa dall'interno, né dalle finestre sbarrate. Inoltre, se fosse vera la ridicola ipotesi di Lomar, ovvero quella di un ladro penetrato dall'unica finestra trovata sfondata, frammenti di essa si sarebbero dovuti reperire all'interno del laboratorio e l'edera che rivestiva la parete ovest della casa sarebbe dovuta essere strappata nei punti calpestati dal bandito durante la sua scalata.
Gli anni trascorsi nell'Ordine Esicasta mi permisero facilmente di far sembrare la soluzione che offrivo come un'idea in realtà partorita originariamente dalle brillanti menti dei fratelli Rezzon e Hubert (i custodi eternamente ubriachi di istanza al portone orientale) nonché del "lungimirante" Lomar, che si coprirono di complimenti reciproci e che mi ringraziarono per la "preziosa collaborazione" con una pacca sulle spalle e una bottiglia di vino rosso.
Mentre quella manica di beoni applaudiva, cantava e festeggiava bevendo sidro da rozzi boccali di legno, io mi feci da parte e con la scusa di prendere un po' d'aria fresca, uscì sullo stretto terrazzo del primo piano della caserma.
Fuori Borgo Veitien riposava placidamente, accarezzata da una dolce brezza estiva che portava con sé l'aroma dell'erba appena tagliata. Giù in strada, un uomo vestito di nero, con una pesante ascia appesa in vita e una maschera di legno a coprirgli il viso, rubava il grosso abbeveratoio per i cavalli del cortile della locanda, con la complicità di un basso ragazzo sfigurato, che lo aiutava a trascinarlo via.
<<E' finita>> mormorai all'oscurità.

AD OGNI MODO...
A Khenam c'era una veste gialla da Iniziato ad attendermi.
Il Savio Baruch Zahikon lodò l'efficienza e la diplomazia con la quale avevo "affrontato il mio esame di valutazione" e cercando di rifilarmi qualche altra idiozia sul senso del dovere e dell'appartenenza ad un solo Corpo, mi offrì la promozione che per anni avevo così ardentemente agognato.

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Rifiutai.
Se avevo imparato qualcosa a Borgo Veitien, oltre al modus operandi dei Ladri di Tutto, era che la sete di potere e fama si nutre non solo di sé stessa, ma anche della nostra persona, estendendo le sue mefitiche radici come un alianto che cresce e cresce, spazzando via ogni altra cosa, lasciando solo follia e miseria. Eppure, fosse anche nel più oscuro antro del nostro cuore, tutti noi aneliamo al successo, non tanto per i benefici che questo ci riserverebbe, quanto per la sciocca convinzione che esso sia così difficile da ottenere e pertanto così esclusivo e prezioso.
Ma se davvero desideri uscire dalle ombre dell'anonimato ed immergerti nella sfavillante luce della notorietà, non hai che da attraversare una sottile coltre di fumo grigio.
Se varchi quel confine troppe volte, la nebbia si dissolve completamente, le zone d'ombra spariscono.
E allora sei soltanto un nome in più negli annali di storia.
Un altro errante pieno di sé nella pancia piena di un orso bruno.
Un altro erborista folle con un krisiun in mano.

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